
maratoneta, per alzare il livello “pensati mezzofondista“
24 apr 2026Potrà risultare impopolare, forse anche poco simpatico agli occhi di molti, ciò che sto per dire. Eppure non posso esimermi dal farlo per motivi e soprattutto per principi professionali nei quali credo profondamente. Mi riferisco ai concetti di maratona e, ancor più, di maratoneta.
Sono fermamente convinto che non sia poi così difficile coprire 42.195 metri sulle proprie gambe e conquistare la meritata medaglia da esibire sul proprio profilo social ma sono altrettanto convinto che in molti casi questo non basti per potersi definire davvero maratoneti.
A mio parere se una maratona viene completata sopra le 5 ore – minuto più, minuto meno – non si può parlare di corsa. In quel caso non si è corso una maratona, si è percorso un tratto di 42.195 metri a un passo compreso tra i 6’45” e i 7’00” al chilometro, cioè ad una velocità che definirei più correttamente una camminata veloce.
Questo non toglie nulla al valore dell’esperienza vissuta, che può essere motoriamente ed emotivamente positiva, persino appagante. Ma resta il fatto che non si è corso: si è percorso.
Lo so, è una presa di posizione forte, forse anche un po’ antipatica e “sportivamente snob” ma per me è così.
Sia chiaro: nessuna avversità verso questa particolare popolazione, anzi, massimo rispetto per una scelta di vita sana e attiva. Tuttavia non riesco a definirla una popolazione di maratoneti. D’altra parte, in tutte le maratone del mondo – e paradossalmente proprio nelle majors come per esempio Londra, Boston o New York – una fetta importante dei partecipanti rientra esattamente in questa categoria: persone che vivono la maratona come un viaggio esperienziale, turistico e psico-motorio.
Ciò che leggerete in questo editoriale in termini di metodologia è invece rivolto a chi corre e non a chi percorre. A chi si pone obiettivi sportivo-agonistici, seppur a livello amatoriale, e non a chi partecipa per stare in compagnia o, “peggio” ancora, per attraversare Manhattan vestito da Joker o da unicorno, con orecchie da asino o naso da maiale. Queste sono “popolazioni naïf” che, a mio avviso, non appartengono alla categoria dei maratoneti.
La proposta metodologica che invito a considerare – “pensati mezzofondista” – si rivolge in particolare a quegli atleti che coprono la distanza attorno alle 3h35’-3h40” e, ovviamente, a scendere: parliamo quindi di chi corre a partire da un passo di 5’–5’15” al chilometro, ovviamente su percorsi filanti e con altimetrie contenute.
Ritengo che questa categoria di runners già di buon livello, possegga una caratteristica innata: la volontà di non accontentarsi e di ricercare costantemente il miglioramento. Ed è proprio per questo che, a mio avviso, dovrebbe cimentarsi in strategie diverse dal classico approccio basato su estenuanti e spesso logoranti “lunghissimi” a presunto ritmo maratona.
L’obiettivo della mia proposta è alzare l’asticella della performance, adottando un approccio convinto al mezzofondo prolungato, attingendo in modo particolare ai concetti metodologici propri della preparazione del diecimillista.
Una distanza, la 10 km su strada, spesso mal digerita dall’amatore che si concentra solo sulle maratone e sulle mezze ma di enorme valore per la crescita qualitativa del fondista.
L’obiettivo finale è portare il maratoneta ad esprimere una prestazione complessiva di livello superiore, senza però perdere di vista l’equilibrio tra componente aerobica e anaerobica, evitando il rischio di spingersi “oltre”.
Attraverso un lavoro periodico sul mezzofondo prolungato, l’atleta acquisisce progressivamente maggiore confidenza con ritmi più sostenuti e con impegni metabolici superiori al passo gara maratona. Questo porta a una più profonda consapevolezza dei propri mezzi e dei propri limiti: qualità fondamentali per gestire al meglio uno sforzo prolungato.
Parliamo di lavori come:
- il fondo medio regolare;
- il fondo medio variato
- il progressivo da medio a soglia
- i cambi di ritmo anche sostenuti per brevi tratti (1’–2’);
- i lavori di soglia e potenza aerobica con ripetute sui 1.000 o 1.500 metri. e altre distanze
Sono allenamenti che pagano. Perché se gambe, cuore e testa acquisiscono confidenza con ritmi più alti – ad esempio 4’10”–4’15”/km – allora un’endurance a 4’30”–4’35”/km diventa plausibile, naturalmente se supportata da un adeguato lavoro di fondo per garantire la necessaria autonomia sulla distanza.
A questo si aggiunge un altro consiglio fondamentale: inserire durante il periodo di preparazione anche delle gare su strada. Le competizioni offrono stimoli unici e permettono di monitorare in modo reale lo stato di forma. Ci sono sensazioni che nessun allenamento può simulare: solo il pettorale te le fa vivere.
Certo, all’inizio bisognerà mettere da parte un po’ di “dignità”. L’ego del maratoneta dovrà accettare anche qualche “umiliazione sportiva” da parte dei mezzofondisti specialisti ma con la consapevolezza che, col tempo acquisiremo più velocità di base, saremo più efficienti nella tecnica di corsa e perciò più pronti a sostenere ritmi elevati che proporzionalmente torneranno utilissimi nel passo maratona.
È un percorso di crescita faticoso, a livello muscolare, metabolico e mentale. Ma credo sia un passaggio quasi obbligato per potersi definire, a tutti gli effetti, un vero Maratoneta.
L’alternativa?
Continuare a percorrere 42.195 metri per vivere un’esperienza, un viaggio introspettivo, un evento di turismo sportivo. Non c’è nulla di male, anzi: “tutta salute”, come si dice.
E chiudo, sempre sulla linea della “simpatia”, svelandovi un piccolo segreto:
Sì, la maratona è per tutti… ma non tutti sono per la maratona.
Alla prossima.



